domenica 13 novembre 2011

ATTENZIONE AL CAIMANO



Troppi italiani stanno abboccando a (altri) due luoghi comuni quanto mai pericolosi. Il primo luogo comune è che Silvio Berlusconi dimettendosi dimostra un elevato senso dello Stato, si comporta cioè davvero da grande statista, lui che s’è definito perfino meglio di Alcide De Gasperi. Il secondo luogo comune è che le dimissioni di Berlusconi sono il non plus ultra, il traguardo della felicità, oltre il quale non si può andare.
Cominciamo dal primo luogo comune, rifilatoci direttamente dal Grande Imbonitore. L’unico e vero motivo per il quale Berlusconi ha accettato ormai fuori tempo massimo di scollarsi dalla poltrona di primo ministro è lo stesso per il quale a suo tempo è “sceso in campo”: vale a dire, salvaguardare il suo impero televisivo e aziendale, cioè i suoi interessi privati e personali.
Nel ’94, all’epoca delle riunioni “strategiche” in villa S.Martino ad Arcore, con i fidi consigliori Giuliano Ferrara, Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, erano i primi due ad aizzarlo a fondare un partito e buttarsi in politica “perché altrimenti ti tolgono le televisioni e ti fanno a pezzi l’azienda, ti fanno fallire”, mentre il terzo, Confalonieri, consigliava, più prudentemente, di non entrare direttamente nell’arena parlamentare.
Pochi giorni fa i consigliori sono cambiati, nelle riunioni decisive a villa S. Martino e a palazzo Grazioli non c’era Ferrara e a quanto pare non c’erano neppure Dell’Utri e Confalonieri, c’erano invece i figli del Cavaliere, cioè gli eredi del patrimonio, e il fido avvocato Nicolò Ghedini, premiato anche con un seggio in parlamento.
Ma già il 29 ottobre Berlusconi aveva chiarito, per gli ingenui che credono ancora alle favole, che da palazzo Chigi se ne andrebbe anche volentieri “ma se penso alle MIE imprese, ai MIEI amici, ai MIEI figli nelle mani di una coalizione di sinistra, con gente che si chiama Bersani, Di Pietro e Vendola, mi sento dentro tutta la responsabilità a restare”. Parole che, molto significativamente, non includono gli italiani.
Assenza grave, molto grave, per un premier. E alla fine, nelle ultime ore, a farlo decidere è stato lo scivolare sempre più pesante del titolo borsistico Mediaset, con tutti i rischi connessi anzi le certezze che un gruppetto di dirigenti gli ha così sintetizzato: “Avanti di questo passo, sarà un frana, una valanga. Saremo costretti a ricapitalizzare, e ci vorrà una montagna di quattrini”.
A suonare la campana non è stato il senso dello Stato, ma il portafoglio e il timore del gelo e della valanga azionaria: meglio affrontare una ritirata che il devastante generale inverno in borsa e non solo.
Veniamo ora al secondo luogo comune. Il delirio di felicità perché finalmente sappiamo che non moriremo berlusconiani è comprensivo, ma disfarsi di Berlusconi non basta. Il suo sfratto da palazzo Chigi è infatti una condizione necessaria, ma non sufficiente. Bisogna disfarsi anche e soprattutto del berlusconismo. Vale a dire, disfarsi del suo sistema di potere incentrato sullo strapotere nel settore dei massmedia.
E’ questa l’idra a troppe teste, il mostro che ha partorito il quasi ventennio di dominio politico berlusconiano, l’idra dalle tante teste quanti sono i canali televisivi che per un verso o per l’altro fanno capo a Mediaset e dintorni. In più bisogna aggiungere la testa di Publitalia, mostruosa di per sé in quanto divoratrice di troppa parte del mercato pubblicitario italiano, e mostruosa anche perché tiene al guinzaglio non poche tv private. L’eccessiva abbondanza di televisioni ha prodotto in Italia vari guasti, prima e durante i governi Berlusconi e se non vi si pone rimedio continuerà a produrre altri danni. Quali?
Il danno che li sintetizza tutti è ormai l’abitudine a confondere la realtà, politica, sociale, culturale ed economica, con quella propinata 24 ore su 24 dall’esercito delle tv. Troppi italiani sono convinti che la realtà reale, quella che rischia di travolgere l’Italia come ha travolto la Grecia, sia solo un prolungamento del Grande Fratello o di Amici o di un qualche altro programma tv “collettivo”, anzi “corale” alla greca.
Troppi italiani sono convinti che il parlamento sia una succursale di Porta a Porta o di Ballarò, con i vari contorni di “Che tempo che fa”, Michele Santoro, Marco Travaglio, Roberto Saviano, e che il Parlamento sia surrogato o sostituibile da questo insieme che abita i teleschermi e tramite essi le nostre case. In altre parole, è stata indebolita la democrazia, sono state sgangherate le sue basi, la sua qualità. Siamo sulla strada del populismo a metà tra Achille Lauro, il pittoresco sindaco di Napoli che comprava i voti elettorali con pacchi di pastasciutta e scarpe spaiate, da appaiare solo se eletto, e il Brasile di Roberto Marinho, il Berlusconi brasiliano che grazie al possesso di tv Globo, di radio Globo e del quotidiano O Globo decideva chi dovesse diventare presidente della repubblica.
Inoltre l’eccesso di tv private ha prodotto la degenerazione della pubblicità, che delle tv e dei giornali è la benzina. La pubblicità per essere efficace nel vasto mare della concorrenza ha man mano puntato a) sul corpo femminile, fino a ridurlo a roba da bunga bunga, con donne scosciate o nude per reclamizzare di tutto, dalle casse da morto agli spazzoloni per le tazze del cesso, b) sui bambini, fino a ridurli a macchiette scimmiottanti gli adulti e da rimpinzare anche loro di tutto e di più, però degradandogli sempre più la scuola, e c) sul consumo sempre più convulso di una miriade di prodotti, di una infinità di settori, assolutamente superflui, se non a volte dannosi in senso lato e in senso stretto.
La “velinizzazione” della figura femminile, e del suo ruolo non solo in tv, ha partorito il modello cui aspirano troppe ragazze. La corruzione berlusconiana del calcio, con calciatori strapagati e osannati e fatti osannare, ha partorito il modello al quale si ispirano troppi giovani. Oggi anziché alla laurea o comunque a una professione e a un lavoro decenti, sempre più difficili da trovare, si sogna di diventare una Velina o un Totti, quando non si sogna direttamente di essere chiamate alle “feste eleganti” di Arcore o palazzo Grazioli.
Da qualche tempo la tv, vedi Sky, sta riducendo a barzelletta anche la bibbia e i vangeli. Per carità, io sono un laico di ferro, ma credo che ridurre a depliant pubblicitario ciò che nel dna delle masse rappresenta la bes e gli assi portanti della propria identità sia alla lunga semplicemente devastante. Un conto è ridurre, e magari condannare, lo spazio della religione grazie alle proprie capacità critiche, e comunque sempre rispettando la sensibilità altrui, tutt’altra faccenda è sghignazzarne per reclamizzare prodotti da vendere. Ridurre la donna, i bambini e la religione a macchiette, a oggetti di consumo, a materiale pubblicitario utile a far vendere di tutto e di più, è un danno del quale ci renderemo conto pienamente solo troppo tardi, a buoi scappati dalla stalla e forse anche a stalla crollata.
Come lo strapotere televisivo e pubblicitario berlusconiani abbiano ridotto il giornalismo, i giornali e i giornalisti è sotto gli occhi di tutti. Il cancro è arrivato anche alla Rai, con telegiornali indecorosi e programmi che inseguono la concorrenza Mediaset scimmiottandola. Quello che in Rai è sempre stato malcostume e sottogoverno, con Berlusconi è diventato anche di peggio. Purtroppo però l’opposizione, compresa la sinistra o quel che ne rimane, si guarda bene dal porre sul tappeto la necessità di sottrarre al Cavaliere l’eccessiva abbondanza di cavalli per impedire che morto un Cavaliere se ne crei un altro, facendo restare troppi italiani a piedi e ancor più italiani col sedere per terra. A suo tempo un governo a guida democristiana ebbe il coraggio di nazionalizzare la moltitudine di aziende private che producevano energia elettrica e creare così ENEL, l’Ente Nazionale Energia Elettrica.
Non si vede quindi perché lo Stato non possa acquisire almeno parte del sistema televisivo incentrato su Mediaset o costringere l’impero a essere diviso in province da mettere in vendita ai migliori acquirenti, pubblici, quali sarebbero enti di Stati stranieri, o privati.
Sarà anche il caso di varare una legge sul conflitto di interesse che non somigli a un paio di pantaloni calati con il beneplacito dei vari D’Alema e Veltroni e che sia invece chiara e in grado di farsi rispettare, senza permetterne aggiramenti come si è invece permesso a Berlusconi di fare con la presa in giro del “mero proprietario”, sempre col beneplacito dei vari D’Alema e Veltroni. Fare una legge decente sul conflitto di interessi è molto meno complicato che smembrare Mediaset e dintorni, e fare rispettare le leggi esistenti senza farsi prendere in giro dovrebbe essere ancor meno complicato. Per lasciare Berlusconi a casa sua, “feste eleganti” comprese, basterebbe far rispettare le leggi. Ma se non si provvede, Berlusconi continuerà a erodere l’Italia, compresa la testa e il portafoglio degli italiani.
Se non si avrà il coraggio di affrontare e sciogliere o tagliare questi due nodi, “morto un papa se ne fa un altro”: ovvero, uscito Berlusconi da palazzo Chigi ne entrerà un altro, anche se di cognome anagrafico diverso. L’entusiasmo dei vari Walter Veltroni verso “l’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi”, che a una festa dell’Unità anni ’80 l’allora comunista Walter molto lodava e voleva sottrarre alla “attenzioni esclusive del Partito socialista” per metterselo sotto le ali dell’allora partito comunista, si dovrebbe essere finalmente arreso di fronte alla realtà. Così come Massimo D’Alema dovrebbe riflettere sulle conseguenze infauste del suo essersi fatto pubblicamente garante della non frammentazione o ridimensionamento di “Mediaset, che è un patrimonio italiano”.
Che tipo di patrimonio, s’è visto. Molto utile a produrre quei quattrini necessari e utili non solo per far politica fino a diventare più volte capo del governo, ma anche a degradare il parlamento con il mercimonio di parlamentari e a corrompere la moralità pubblica con raccomandazioni e assunzioni per così dire smutandate anziché professionalmente meritate. I rottamatori non ci piacciono, in verità neppure i catorci da rottamare, ma se facessero le valige anche i Veltroni e D’Alema sarebbe un bene per tutti.
Il capo dello Stato Giorgio Napolitano poteva e doveva muoversi prima, perché era già chiaro da tempo dove e come si andava a sbattere. Comunque infine, per fortuna senza poter ricorrere ai carabinieri e alle autoambulanze come invece ci ricorse il re con Mussolini, il presidente della Repubblica ha trovato il modo di arrivare al sodo: sfrattare il Cavalier Bunga Bunga da palazzo Chigi. Appena in tempo per evitare un altro pessimo Ventennio.
Speriamo solo non sia troppo tardi.

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